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L’Heraclea Gela continua a cullare il sogno di una promozione in B1, che andrebbe a coronamento di una stagione già brillante al debutto assoluto in B2 di Volley femminile.
Domenica scorsa, davanti al proprio pubblico, le ragazze del presidente Mario Invincibile hanno staccato il pass per la semifinale play-off, eliminando in gara 3 l’Onsen Pagliare del Tronto con un perentorio 3-0. Se per le marchigiane l’avventura finisce qui, continua invece per le gelesi che, senza soluzione di continuità, hanno affrontato mercoledì sera, nel Salento, la Nubile Nuova Skilo: avversaria designata alla semifinale così come da regolamento, non potendo la compagine biancazzurra affrontare la Golem Cinquefrondi – se non in finale – avendo di fatto disputato il torneo di B2 nello stesso girone (I). Non c’è stato neanche il tempo, dunque, per festeggiare la qualificazione che già si era in campo 3 giorni dopo.
La serie non inizia nel migliore dei modi per le ragazze allenate da Corrado Scavino che pagano dazio rispetto a delle rivali, in realtà, al loro esordio assoluto nei play-off. La Nuova Skilo, infatti, ha chiuso il campionato come seconda nel proprio girone (H) guadagnandosi così l’accesso diretto in semifinale senza passare dai quarti e con la possibilità, pertanto, di preparare al meglio la sfida contro Escher e compagne. Le quali non hanno certo goduto dello stesso vantaggio: anzi tutt’altro, come ricordato. E che fosse forte la compagine brindisina lo si sapeva: lo testimonia inequivocabilmente la circostanza che l’ha vista chiudere la stagione regolare con i galloni della migliore seconda in tutti gironi. Il punteggio di Gara 1, 3-0 per la Nubile, non deve però ingannare. L’Heraclea si è battuta punto a punto ed ha dato filo da torcere al roster pugliese nei primi due parziali, cedendo solo nel terzo set (perso 25-13). Domenica alle 19,00, al PalaLivatino, l’Heraclea ha l’occasione in Gara 2 per riscattarsi e giocarsi poi il tutto per tutto al PalaSport di San Pietro Vernotico, nell’eventuale Gara 3, il mercoledì successivo.

Autore: Filippo Guzzardi

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messa in rete Domenica 29/05/2011, ore 12.50.41
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Il campionato di Prima divisione Lega Pro, quantomeno quello regolare, per quanto riguarda il Gela Calcio è finito. Il club biancazzurro, alla sua seconda partecipazione assoluta nell’ex Serie C1, si è guadagnato la permanenza in categoria anche per la stagione successiva. Accadde anche la volta precedente, per poi retrocedere amministrativamente, pur salvando il calcio professionistico grazie al Lodo Petrucci. Anche stavolta, con l’estate alle porte, inizia puntualmente un altro campionato, qualcosa che nulla ha a che vedere con il calcio giocato, pur tenendo in apprensione, col fiato sospeso, tifosi e quanti in città si emozionano ancora per questo sport. Ci riferiamo all’incerta soluzione del cambio di gestione societaria. Perchè a quanto pare, i fratellio Tuccio stavolta sembrano davvero intenzionati ad andarsene. Dovrà occuparsene il sindaco, ma non solo. La classe politica dirigente, tutta quanta, non può chiamarsi fuori.
E prima che cali definitivamente il sipario sul campionato forse più tribolato del quinquennio di Angelo Tuccio, affidiamo alla valutazione dei lettori il nostro giudizio sul rendimento dei singoli giocatori.

Nordi: voto 8. Una squadra senza un vero portiere non è una squadra. Il Gela, nelle ultime 2 stagioni, ha avuto tra i pali uno che sa fare questo mestiere. Per 33 gare consecutive, Nordi è stato una garanzia. Gli unici voti leggermente negativi che lo riguardano, capitano all’apice della crisi di gioco e risultati al giro di boa.

Maraglino: voto 6. Chiuso da Nordi, ha esordito nell’ultima di campionato, a salvezza raggiunta, subendo 4 reti a Pisa. La sufficienza vale per aver saputo fare e stare nel gruppo.

Porcaro: voto 7. Arrivato insieme a Cardinale dal Potenza, ha dimostrato di poter tenere il campo a questi livelli. Apprezzabile la disponibilità ad adattarsi nel ruolo di terzino destro, in quella che s’è rivelata la linea difensiva vincente nel finale di torneo.

Cossentino: voto 7. Dei tre giovani arrivati, è quello che s’è messo maggiormente in luce. Ha la struttura e la mentalità del difensore centrale moderno. Il suo futuro dipenderà da lui.

Cardinale: voto 7,5. Uomo e professionista serio. Nel pieno della sua maturazione, è stato un vero capitano tanto nei momenti bui quanto nei momenti di gioia. Ha dimostrato un forte attaccamento alla maglia.

Petrassi: voto 7. Generoso nei limiti, ha ceduto solo nella gara interna contro il “suo” Cosenza. Ha risposto come si conviene quando Ammirata gli ha chiesto, per il bene comune, di spostarsi a sinistra.

Piva: voto 6,5. Ha iniziato la stagione alla grande per poi subire una flessione nel proseguo del cammino. È stato l’ultimo ad andarsene a gennaio e magari si sarà un po’ pentito. A Terni sarà costretto a fare gli straordinari (play out) per la salvezza.

Aliperta: voto 6,5. Ha dato il suo contributo alla causa, ma deve lavorare ancora se vuole ambire a questa categoria. Classico fluidificante, rimane inguaiato nell’equivoco da cui prima o poi dovrà uscire: meglio esterno basso o alto?

Puccio: voto 6,5. Molto meglio da esterno basso che da centrale difensivo. Giocatore di prospettiva.

Italiano: voto 6,5. Gelese doc, sta acquisendo sicurezza in un ruolo di centrale a cui, in certi spezzoni, è sembrato davvero predestinato.

Crivello: voto 6. S’è visto solo nella partita conclusiva. Arrivato in gennaio, per lui valgono le stesse considerazioni fatte per Maraglino.

Scopelliti: voto 7. Reintegrato in rosa con Zaminga, è stato fondamentale per la salvezza. Grazie all’intesa con Ammirata, il suo irrompere in campionato è stato a dir poco salutare, oltre che sorprendente considerata l’età.

Giardina: voto 6,5. Dopo la brutta esperienza a Cosenza, diverse vicissitudini a livello atletico non gli hanno consentito una crescita di forma desiderata. Il giocatore, qualitativamente, non si discute a questi livelli.

Piano: voto 6,5. Che Noicattaro fosse stretta a questo centrocampista lo si era già capito. Per come sa stare tatticamente in campo, qualunque allenatore non disdegnerebbe averlo in rosa. Unica pecca nel suo modo di giocare è il fallo sistematico. Un costo da pagare per le sue caratteristiche. Ottima prima parte di stagione, in cui ha conteso il posto da titolare a gente come D’Amico, Giardina e Cruciani.

Avantaggiato: voto 6,5. Tra i centrocampisti, per molti versi, è quello che ha più margini di crescita. E’ venuto fuori alla distanza, ma senza la rivoluzione di gennaio ed il cambio nella gestione tecnica, sarebbe rimasto chiuso dai suoi colleghi di reparto. Come dire, non tutti i mali vengono per nuocere, almeno per lui.

Zaminga: voto 7. Quando è stato reintegrato, a differenza di Scopelliti ha giocato nel suo ruolo. Ammirata lo conosce bene ed anche Zaminga conosce bene e sa quello che vuole il tecnico.

Cruciani: voto 6,5. Impiegato nella zona che più predilige, nel girone d’andata abbiamo visto il miglior Cruciani. Peccato per la precipitosa decisione nell’abbandonare Gela, senza avere una squadra nel mirino, tanto da dover poi espatriare all’estero.

Stamilla: voto 6,5. Altro gelese doc. Su di lui c’erano enormi aspettative. Al debutto assoluto nella prima squadra della sua città natale, Stamilla ha fatto vedere sprazzi di cadetteria. Se ne’è andato a Gennaio al L’Aquila, dove con Franciel si giocherà ai play off il ritorno in Prima divisione.

D’Amico: voto 6,5. Giocatore che sa il fatto suo, forse l’acquisto più ambizioso. Ha fatto una scelta di vita nell’andarsene poco prima che scoppiasse la bufera. Scelta sul piano sportivo infelice, visto come è finita a Cava.

Bigazzi: voto 7. Il miglior giovane nel girone d’andata. Ha alternato buone giocate ad altre meno buone. E’ forse quello con più prospettiva di carriera anche in categorie superiori perché è capace di saltare l’uomo. Con una vena realizzativa diversa, sarebbe già da altri palcoscenici.

D’Anna : voto 7. Il miglior under nel girone di ritorno. S’era perso un po’ per strada al top della crisi del Gela per poi riprendersi con il 4-4-1-1 di Ammirata che lo ha visto giocare da mezzapunta alle spalle di Docente.

Docente: voto 7,5. Non ha partecipato alla grande fuga di gennaio. Capace ancora di aggredire gli spazi, ora è un attaccante più completo, che si sacrifica per la squadra e meno egoista. Ha pagato dazio in termini realizzativi, ma nel film del campionato ha segnato goal pesantissimi (vedi la straordinaria doppietta a Roma).

Cunzi: voto 7,5. Dimostra di adattarsi a schemi ed esigenze tattiche. Rimane a Gela e con Ammirata in panchina è uno dei trascinatori verso l’obiettivo della salvezza.

Franciel: voto 6. L’imperatore ha lasciato Gela non come forse aveva sognato, o per come è stato amato. Raramente abbiamo visto il vero Franciel, tanto che in non pochi si sono chiesti qual è il vero Franciel. Il suo è più un 6 “politico”.

Vegnaduzzo, Rabbeni, Carbonaro, Saani: per tutti, un 6 di stima e di incoraggiamento. A parte il primo, che ha qualche annetto in più, si tratta di giovani che possono ancora esplodere.

Autore: Filippo Guzzardi

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Il lavoro nobilita l’uomo. Una “massima” di vita la cui stessa brevità corrobora ad “aforisma”. Lavorando occupi tempo che sottrai all’ozio e rendi dignitoso il tuo contributo allo sviluppo sociale della comunità in cui operi. Ora, sorvolando, giusto per non appesantire la lettura, su concetti come alienazione, sovrappiù e quant’altro quel borghese di Marx, molto più acutamente che sul piano dell’ideologia politica, ebbe il merito di osservare, si può obiettare che esistono, invero, altre pratiche che occupano il tempo, benché non retribuite. Si, ma come fai a campare? Per di più, dalle nostre parti dimostriamo di adorare Machiavelli piuttosto che Marx: se non è il mezzo a contare, ma il fine e se questi è campare, ossia sopravvivere, a “nero” o regolarmente retribuiti l’importante è portare a casa la “grana” utile a tirare avanti la carretta. Dalle nostre parti – facciamolo pure cadere il velo – l’aforisma di cui sopra, andrebbe rivisto: “il lavoro, regolarmente retribuito o meno, è quella pratica che nobilita l’uomo, giacché gli permette di aggrapparsi ad una speranza di sopravvivenza economica”. Quella che viene subito dopo la sopravvivenza fisica, come ammonì un certo Darwin. Nulla di nuovo sotto il sole.
In realtà, sotto sotto, qualcosa di nuovo emerge. Un qualcosa che “è vero e non vero” al tempo stesso. Così, dall’aforisma siamo già agevolmente passati al “paradosso”. Quella “verità” che conoscevamo fino a ieri, per la quale “dove c’è meno lavoro (e quindi più disoccupazione), più alto è il rischio povertà”, oggi è anche una “non verità”. Chi o cosa ce lo dice? Uno studio scientifico condotto da alcuni ricercatori sulla base di pochi ma precisi parametri. Non ci riferiamo al rapporto annuale dell’Istat da cui tutti giornali hanno evinto, titolandolo in prima pagina, che il 25% degli italiani sarebbero a rischio povertà, con donne (escluse dal mercato del lavoro e quando non lo sono, sottoccupate, sfruttate ed a rischio licenziamento in caso di gravidanza) e giovani (inoccupati per lungo tempo e sempre più scoraggiati) che pagano più di tutti i costi di una crisi che ci riporta agli inizi del 3° millennio (cacciandoci indietro di 10 anni almeno) ed, altresì, con una produttività del lavoro ancorata al 2000 e la Sicilia a fare puntualmente da fanalino di coda. Ci riferiamo ad una ricerca del Centro Studi Sintesi di Venezia, effettuata rielaborando i dati Istat e del Dipartimento delle Finanze relativi all’anno 2008. Considerando le variabili dei differenti livelli di spesa per consumi delle singole famiglie, delle differenti dimensioni familiari e del numero medio di percettori di reddito per ciascuna famiglia, ciò che risulta dal confronto tra reddito e costo della qualità della vita, senza ombra di dubbio stravolge e sconfessa lo stereotipo del Settentrione ricco ed agiato, con il Meridione povero ed in difficoltà. “Ricchi eppure poveri”: è questo il nuovo paradosso che emerge a sfatare il mito del Nord produttivo e prospero, a fronte di un Sud sterile (figlio dell’assistenzialismo) ed indigente.
Il campione dell’indagine in questione, di fatto, è costituito dai 117 comuni capoluogo di provincia. Sulla base dei parametri utilizzati, sopra richiamati, i risultati della ricerca possono essere sostanzialmente estesi, con le dovute proporzioni demografiche, ai comuni delle rispettive province. Quel che vale per Caltanissetta (97ª), insomma, non si discosterebbe sensibilmente da Gela. Nel 2008 oltre il 12% dei contribuenti italiani (cioè 1 milione e 200 mila persone) ha dichiarato un reddito inferiore alla soglia media di povertà locale, pari a 9.893 euro annui, a fronte del quale il reddito medio è di 26.434 euro. Nella tabella ai primi posti troviamo il centro-nord, a scendere il centro-sud, con i comuni siciliani in fondo. Paradossale? Non proprio, volendo. Cosa ci dice “in soldoni” questa ricerca sul rischio di povertà (relativa) a livello territoriale? Ci avverte che “avere un buon reddito anche in linea con la media nazionale, non mette automaticamente al riparo dal rischio povertà locale, perché tale reddito va misurato in base al costo della vita nella città in cui si vive oltre a lavorare”. Ineccepibile. Tanto da spiegare perché – specie dalle nostre parti come detto – l’aforisma con cui abbiamo esordito (il lavoro nobilita l’uomo) andrebbe revisionato. In parole molto semplici, se al centro-sud chi non lavora rischia ovviamente la povertà, al centro-nord a rischiare è anche una fetta di chi lavora perché non ce la fa lo stesso ad ammortizzare i costi della qualità della vita.
Ciò che la ricerca non dice è come si avverte la crisi, o meglio, quella che passa per la peggiore recessione del dopoguerra. Laddove al Sud l’emergenza è la regola e, pertanto, ci si “regola” sulla base di ciò per sbarcare il lunario, cercando di rientrare in quelle reti di aiuto informale che si sono tramandate a livello generazionale, in parallelo a cassa integrazione (di cui s’è fatto ampio ricorso) e/o altre forme assistenziali e di solidarietà che le maglie legislative consentivano e consentono, al Nord l’abito indossato dal cittadino è quello di valutare l’operato pubblico in termini di qualità dei servizi (interesse collettivo) e di misurare ciò che ci si può permettere o meno individualmente col solo aiuto del proprio lavoro (interesse privato). E sotto questo punto di vista, la coppia di impiegati statali che fino ad un decennio fa riusciva a mettere tranquillamente da parte il gruzzolo per la vacanza estiva ed ora pur di non rinunciarvi (l’abitudine è una brutta bestia come sosteneva David Hume) accede ad una “finanziaria”, avverte la “crisi” alla stessa stregua dell’industriale che se prima poteva permettersi di andare tre volte l’anno in vacanza, ora ci va 1 sola volta. Ed essi la avvertono più di una coppia di impiegati del Sud, dove, tralasciando tutta una serie di excamotage clientelari, l’inattività prolungata giovanile e l’esclusione femminile dal mercato del lavoro, sono comunque vissute ed in qualche modo “contenute” nei confini della famiglie di origine e di appartenenza.
La tornata amministrativa che boccia un bigotto paternalismo rassicurante ed ottimistico in metropoli come Torino e Milano (16ª e 17ª nella tabella dei comuni capoluogo a rischio povertà) anziché la Napoli (34ª) del dopo Bassolino e dei rifiuti, così come in cittadine tipo Barletta (in testa alla classifica con il 30% a rischio povertà) o la stessa Fermo (8ª), per non parlare del dilagare nel Nord Italia del populismo di piazza “grillino”, subentrante a quello oramai di palazzo “leghista”, troverebbe in questa ricerca più di un conforto. Ma c’è un altro dato inoppugnabile. Non è un caso che una città a vocazione esclusivamente turistica come Rimini occupi il 3° posto. E non è un caso che città come Catania (31ª) o Trapani (60ª), oramai devote ad un turismo che innalza costi dei servizi e prezzi merceologici a discapito dei residenti, siano i comuni siciliani col più alto indice di rischio povertà. Chi propugna azzeramenti industriali – come nel caso di Gela, ad esempio – per un turismo a tutto spiano, dovrebbe riflettere prima. Il turismo è la vocazione naturale di un’isola, persino banale ribadirlo. Ma non può essere l’unica ambizione. Laddove le aspirazioni industriali, agricole, marittime ed artigiane sono state prima mortificate, per poi essere abbandonate, il turismo – ove è stato possibile praticarlo – si è rivelato un’ancora di salvataggio solo per il suo indotto. Lo sviluppo non può che essere multi-direzionale: tutt’altro che un paradosso.

Autore: Filippo Guzzardi

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E’ come nella politica degli ultimi anni, senza dibattito costruttivo, senza confronto produttivo. Una città ammutolita, narcotizzata da un pensiero unico, dominante: legalità. Caposaldo civile, virtù unica, principio sacrosanto, chi osa metterlo in dubbio? Ma dietro il quale, nel frattempo, la precarietà dei servizi rimane quella che era, le strutture e le infrastrutture rimangono sostanzialmente quelle che erano, i danni alla salute pubblica rimangono quelli che erano, il lavoro rimane quello che era, anzi… che non era. Una città letteralmente assopita, che si vorrebbe poi svegliare con un goal di Docente, una schiacciata di Sequiera, un canestro da tre punti di Cecchetti. Una città appiattita, dove un personaggio che ha un minimo di carisma o di credito, viene esaltato come si conviene, per poi non poter essere criticato, pretendendo di monopolizzare l’attenzione, canalizzare temi e questioni.
Il campionato è finito domenica scorsa. Sarebbe bello farne un resoconto con un’attenta analisi dei numeri, delle percentuali, delle statistiche. Ma perchè sprecare energia e tempo: a chi interessa, oggi? Sarebbe ovvio, aggiungo normale, raccontare particolari intorno alle gesta di ragazzi dati per sepolti quattro mesi prima e capaci di compiere, quasi fossero zombie, quello che continuo a chiamare un miracolo sportivo. Sarebbe interessante capire, indagare meglio con il tecnico Ammirata sui segreti di questo capolavoro, carpirne i suggerimenti per non ripetere gli stessi errori. Ma tutto questo con quale spirito lo si potrebbe fare, nell’ennesimo clima di incertezza già instaurato? Si potrebbe fantasticare, magari con il direttore sportivo, su nuovi scenari, chi potrebbe arrivare, chi saluta la città, come impostare la gestione tecnica, l’organico. Puntare sui giovani o sull’esperienza di gente comunque motivata? Ci si doterà di una struttura di marketing adeguata ad una società professionistica? E ci sarebbe anche altro di ulteriore da sviscerare, presumibilmente. Questi si che sono interrogativi, questioni, temi che possono, debbono, essere rinviati, dilazionati più avanti nel tempo. Se tutto va bene se ne riparlerà fra un mese e mezzo o due mesi. Perché la tireranno lunga. Lo sappiamo, come ogni estate. Sempre se tutto va bene. Eccolo allora, l’argomento di cui non vorrei scrivere. Eccoci, siamo di nuovo partiti col tira e molla, puntualissimi, anzi che dico, addirittura in anticipo quest’anno. E’ un refrain di quante estati gelesi? Abbiamo perso il conto. E’ anteriore alla stessa gestione Tuccio, senza dubbio. Ogni estate, sia che fai un campionato tranquillo, sia che lo vinci, sia che ci arrivi vicino giocandotela ai play-off, sia che ti salvi per il rotto della cuffia ai play-out, sia che ti guadagni sul campo la permanenza in categoria in anticipo o all’ultima giornata, l’ambiente calcistico gelese deve stare col fiato sospeso e magari col paradosso di passare dal baratro della scomparsa nel panorama al ripescaggio nell’ex serie C1, nel giro di poche ore, com’è avvenuto giusto l’estate scorsa.
Ed ora che si legittima sul campo, dopo una stagione difficilissima, la promozione amministrativa avvenuta l’estate prima. Ora che si possono vantare risultati sportivi coma mai nessuno prima, oltre a vedersi riconosciuto un modello gestionale di tutto rispetto. Ora che magari si trova la formula giusta per prendersi anche delle belle soddisfazioni, senza necessariamente svenarsi, puntando sui giovani, su un vivaio che attiri parenti, amici e solleciti quel movimento attorno alla squadra tanto agognato. No. Questo non è – non può essere – in agenda. Già all’indomani della vittoria sulla Nocerina, con un comunicato stampa, i fratelli Tuccio, vale a dire la proprietà del Gela Calcio, ricordano a tutti di voler lasciare. La loro esperienza è finita. Puoi fare finta di niente per una settimana, con la scusa che c’è ancora un’ultima giornata da disputare, dove viene dato spazio alle seconde linee, dove forse mai una scoppola di queste dimensioni, 4-0 a Pisa, passa così agevolmente in carrozza. Ma poi, ne devi parlare. Il sindaco avvia i lavori per un manto in erba naturale rinforzata di ultima generazione al “Presti” ed incassa i complimenti dell’ing. Tuccio ma, al contempo, il presidente ribadisce non una, ma ben tre vie per uscirsene definitivamente. A Gela non esiste analizzare un campionato alla sua fine, sia che perdi la finale play-off sia che ti salvi con una giornata d’anticipo, da spacciato. A Gela si deve parlare di sopravvivenza. Anche nel calcio, ogni estate, deve vigere l’emergenza. Un’altra, che si assomma alle altre preesistenti. Quali sono le cause? Di chi le colpe? Come individuare e fare valere le eventuali responsabilità? Domande senza risposta. Ed allora come si può chiedere ad un uomo ed imprenditore di legare come con una catena il suo nome e cognome alla sopravvivenza del calcio gelese? Come si può chiedere ad un Sindaco di tralasciare e mettere in secondo piano servizi essenziali per concentrarsi sulla ricerca di una nuova compagine societaria da dare al calcio maggiore? E come si può chiedere ad una città, a queste condizioni, di innamorarsi di un progetto sportivo? Sembra proprio un dannatissimo circolo vizioso. Di più, un circolo tanto vizioso, da far venire persino la nausea, prima dell’assuefazione.

Autore: Filippo Guzzardi

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Le forze che governano attualmente l’Italia, saranno ancora maggioranza in parlamento, ma non lo sono nel paese. La sorpresa più eclatante è Milano, capitale della finanza italiana e fino a ieri feudo berlusconiano. La Moratti recita il «mea culpa» per i toni troppo accesi, ma ha ragione a lamentarsi, sebbene a denti stretti, poiché ottiene almeno 15 mila voti in più rispetto alle 12 liste a sostegno e paga a caro prezzo la dèbacle del PdL che dimezza i consensi e passa al 28,75%, praticamente raggiunto dallo stesso Pd (28,64%) quest’ultimo pur orfano di un proprio candidato e del relativo effetto trascinamento. Persino nella sua Arcore, il cavaliere subisce lo schiaffo del Pd che scavalga il PdL mentre la candidata dello schieramento rivale a berluscones e leghisti è in netto vantaggio. La stessa Lega, d’altro canto, non soccorre l’alleato in difficoltà e frena sensibilmente.
IL FATTO. Nel Nord, la coppia Pdl+Lega vince al primo turno solo alle provinciali di Treviso e va al massimo al ballottaggio nei comuni maggiori, compreso Milano, rischiando grosso a Pordenone e Trieste, non vincendo a fronte di un centro sinistra locale dilaniato a Rovigo, sfiorando la vittoria al 1° turno solo alle amministrative di Varese, nonché alle provinciali di Vercelli. Per contro, incassa la sconfitta alle amministrative di Torino e nei comuni più importanti delle 4 regioni che una volta si definivano “rosse”. Parità assoluta a Mantova. Quello che non fa la Lega al centro-nord, lo fanno per contro Udc e le liste civetta – tra cui il coordinatore pidiellino Verdini fa rientrare anche FdS con Micciché che non la prende affatto bene -, nel Meridione. Pdl e Udc vincono alle provinciali di Campobasso (pure i finiani nel calderone), sfondano alle amministrative di Catanzaro e Reggio Calabria, s’impongono anche alle amministrative di Latina (La Destra dà una mano), Caserta (dentro anche Micciché e Lombardo), sfiorano la vittoria ad Iglesias e sono in forte vantaggio alle provinciali di Reggio Calabria (contro il presidente uscente), pareggiano a Cagliari (nel coalizione anche Pid e MpA). Con ciò, però, asserire che il centro destra si difende vincendo al sud e addirittura pareggiando la partita nel complesso, assume l’aria di una forzatura, in quanto allo stato attuale e fino a prova contraria, l’Udc non è parte integrante del centro destra e, soprattutto, non è forza di governo.
UNITI SI VINCE. Il centro sinistra unito vince nei grandi comuni di Torino e Bologna, ma anche a Ravenna, Savona, Arezzo, Siena, Grosseto, Fermo e Benevento, nonché alle provinciali di Gorizia, Ravenna e Lucca; sfiora la vittoria alle provinciali di Trieste contro un centro destra frazionato e bastonato. Accarezza l’insana (alla vigilia) idea del “colpaccio” a Milano dove la candidatura di Pisapia (quasi 35 mila voti in più della coalizione) conferma, in ogni caso, la bontà di uno strumento come le primarie. In non pochi nel centro sinistra si mordono le mani a Macerata dove alle provinciali si rivela sbagliata la formula dell’alleanza con l’Udc, ad escludere le sinistre radicali il cui candidato coglie invece il 10% dei consensi. Un candidato unico e non due avrebbe consegnato al centro sinistra anche il comune di Rimini. Col centro sinistra unito, insomma, torna a non esserci più partita in Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Laddove il centro sinistra si presenta diviso, la musica cambia inesorabilmente. E se nel Pd la linea di Bersani (alleanza con le sinistre radicali e IdV) stravince al centro-nord, lo stesso non può dirsi, come detto poc’anzi, nel Mezzogiorno dove il partito democratico è costretto, volente o nolente, a guardare in quelle regioni al Terzo Polo. Soprattutto, a prescindere dalle decisioni prese da Casini, Fini e Rutelli i merito ai singoli ballottaggi, il discorso si complica in una prospettiva che guarda alle elezioni politiche con una legge elettorale ben diversa da quelle per le regionali e le amministrative (provinciali e comunali).
I CASI DE MAGISTRIS/DE LUCA. Il centro-sinistra paga dazio a Napoli ed in Campania per l’onda lunga anti Bassolino. Nel capoluogo partenopeo, a tenere banco è la sfida lanciata da De Magistris, candidato di Italia dei Valori, che va al ballottaggio con il candidato del centro destra Lettieri. E’ presumibile che i voti di PD e delle sinistre vadano al 2° turno all’ex magistrato che sa di potersela giocare al ballottaggio. Se ce la dovesse fare, Di Pietro realizzerà per la prima volta cosa significa essere a capo di un partito non più a sua immagine e somiglianza, perché ci sarà un altro che, quanto prima, attaccherà la sua leadership. Quel che non riesce a Napoli, si avvera a Salerno con il PD che gioca a nascondino e, soprattutto, in virtù dell’effetto De Luca. Una candidatura quest’ultima, del centro-sinistra (tra cui anche il PD sotto mentite spoglie), che raggiunge percentuali bulgare (attorno al 72%).
LE STELLE DI GRILLO. Nel Centro-Nord, “padania” compresa, a livello locale il boom di Grillo e del suo Movimento 5 stelle è indiscutibile. In queste amministrative i candidati grillini ottengono percentuali da sballo che non temerebbero sbarramenti di sorta alle politiche, specie nelle regioni, come Emilia Romagna e Toscana, in cui il centro sinistra si è imposto. E se estendiamo il quadro da Savona (9%) a Trieste (oltre il 6%), passando attraverso i risultati più o meno altisonanti di Novara, Milano, Varese e Rovigo, più che pescare a sinistra, il movimento del comico genovese sembra aver virato nella sua direzione più naturale, ossia a destra. Passi pure per lettura semplicistica, ma l’impressione è che la Lega abbia continuato a difendersi nelle campagne, incassando però il ritorno nelle fabbriche del rivendicazionismo di sinistra (sospinto da una ripresa del sindacalismo di bandiera nelle vertenze) e, al contempo, lasciando (da buon partito di governo), il populismo di “piazza” all’extra parlamentarismo grillino. Il movimento scompare man mano che si scende giù per lo stivale. Difficile pensare ad una soglia di sbarramento oltrepassata alla Camera. Ma riguardo al Senato (su base regionale) Grillo è tentato dall’osare.
TERZO POLO. Attraverso i propri candidati, il Terzo Polo passa dal 3% di Arezzo al quasi 17% di Siena, con il 10% a Napoli in mezzo. Nella maggioranza dei casi si presenta diviso. Una verosimile stima statistica, in proiezione nazionale, lo attesta al 7% (Udc 5%; Fli 1,5%, Api 0,5%) il che significa superare lo sbarramento alle politiche. L’1,5% è la percentuale dell’esperimento “fascio-comunista” (Pennacchi+Fini) a Latina: un autentico flop. Occhio alle fughe di coloro, tra i finiani, già attirati dalle sirene provenienti dal Pdl, ovvero da Micciché nell’isola. L’Udc vince nella coalizione di centro destra. Ma alle politiche, con “porcellum” immacolato, Casini è conscio che rimarrebbe schiacciato nella morsa tra Pdl e Lega, in quanto i centristi – benché determinanti al centro—sud, da Roma in giù sono inferiori in confronto alla forza della Lega da Roma in su. Diverso sarebbe, cioè, il peso specifico nella coalizione (prenderebbe meno seggi in parlamento rispetto al partito del carroccio), con Bossi che rimarrebbe l’interlocutore privilegiato del Cavaliere. Lo stesso Lombardo è consapevole che con la legge elettorale per le regionali, il Terzo polo ha una sua ratio solo se si allea con uno dei 2 schieramenti. Presentarsi da soli sarebbe come entrare in una galleria al buio. Se a prevalere fosse una logica bipolare, queste elezioni suggeriscono un MpA (a maggior ragione Fli) organico al centro-destra. Ma il vero test amministrativo, tutto siciliano, con le alleanze decise caso per caso, è quello di fine giugno in occasione di un appuntamento come l’election-day (concomitanza con i referendum) che normalmente comporta una buona affluenza e quindi dati più significativi.

Autore: Filippo Guzzardi

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messa in rete Sabato 21/05/2011, ore 11.49.58
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Per chi ha fede, i miracoli esistono. E si può aver fede in valori che non siano solo religiosi, tipo quelli sportivi per fare un esempio. In un paese calciofilo come quello italiano, al Presti di Gela in tantissimi domenica pomeriggio, al triplice fischio finale di una gara vinta dai propri beniamini per 2-1 contro la Nocerina, hanno visto materializzarsi un miracolo sportivo. Il Gela è salvo e mantiene la categoria, financo con una giornata d’anticipo. Legittimata sul campo la conquista della terza serie professionistica avvenuta a tavolino, con tanto di ripescaggio, l’estate scorsa. Oltre al Gela, domenica pomeriggio esultano altre due ripescate: Pisa e Barletta.
Ma se il torneo di quest’ultime racconta un cammino con falsa partenza iniziale e recupero in corsa d’opera, specie dopo gli opportuni aggiustamenti e la politica di rafforzamento nel mercato di riparazione, quello del Gela è tutt’altro affare. Partiti benissimo, i biancazzurri si sono persi per strada fino al naufragio sportivo di metà campionato, parallelo ad una crisi economica culminata a fine anno solare, con conseguente fuga dei giocatori più rappresentativi nel mercato di gennaio. L’operazione era palese: sgravarsi dei costi rappresentati da onerosi stipendi, per sbarcare il lunario. Il messaggio era altrettanto chiaro ed è stato, peraltro, un punto fermo della gestione targata Angelo Tuccio (nella foto, insieme al sindaco Angelo Fasulo): si può anche accettare un fallimento sportivo (e riprovarci, semmai), ma non esiste il fallimento amministrativo. Sicché, innanzi alla prospettiva di un girone di ritorno da disputare con la Berretti ed il suo allenatore Di Mauro, il Gela era dato da tutti per spacciato.
Il capolavoro di Ammirata è sotto gli occhi di tutti. Ha coccolato i suoi ragazzi, li ha difesi a spada tratta, facendoli sentire da subito tutti importanti. Nel frattempo, convocava ad uno ad uno i “senatori” per ogni reparto, Nordi (porta), Cardinale (difesa), Giardina (centrocampo) e Docente (attacco), individuandoli come i punti di riferimento per i rispettivi colleghi di reparto e responsabilizzandoli sul piano psicologico. La chiave tattica è stata l’impiego del centrale difensivo Cossentino in pianta stabile nella formazione titolare ed una nuova linea difensiva con Porcaro spostato a destra e Petrassi a sinistra. Negli ultimi 5 incontri il Gela incassa, così, solo 2 reti. Il verbo è “non perdere” (se proprio non si può vincere), dando continuità ai risultati e muovendo sempre e comunque la classifica. Invero, Ammirata sa benissimo che nel calcio, se non perdi, può anche capitarti di vincere. E quel che non accade a Foggia per slealtà sportiva avversa, avviene a Roma. I 3 punti contro l’Atletico sono oro colato, la svolta definitiva, che segue a ruota la vittoria nel derby contro il Siracusa. A quel punto, la salvezza diventa davvero possibile. Non più un miraggio, ma un traguardo. Essenziale è resistere a Barletta e provare a vincere in casa contro la capolista già promossa nella serie cadetta, per arrivare alla fatidica quota dei 40 punti che dovrebbe garantire la permanenza in categoria senza l’appendice dello spareggio. Così è di fatto. Missione compiuta. Una missione valutata 4 mesi fa come impossibile.
Se guardiamo la classifica e consideriamo i punti sottratti alle squadre penalizzate per condotte amministrative irregolari, la Ternana avrebbe 38 punti, il Cosenza addirittura 41. Il Gela sarebbe fuori dai play-out ma non sicuro della salvezza, con l’obbligo di andare a vincere a Pisa nell’ultima gara. Un pareggio non basterebbe in caso di vittoria della Ternana contro un Andria che a quota 36 punti sarebbe già con la testa ai play-out. Invece non è così, grazie ad una gestione oculata della società, pur non facendo mancare nulla ai propri giocatori, sia sotto il profilo morale che, soprattutto, economico. E siccome, per come si erano messe le cose, questa salvezza equivale quantomeno a vincere un campionato di seconda divisione, se non di più, Tuccio merita questa categoria e non solo sul piano amministrativo. Oggi, Angelo Tuccio può dire che la sua gestione non è più fallimentare sul piano sportivo, avendo raggiunto un risultato agonistico di livello assoluto per questa città, specie se aggiungiamo il provvisorio secondo posto in classifica nella prima parte di stagione. Nessuno a Gela era riuscito a fare meglio. Parimenti, il patron biancazzurro è consapevole che, a fronte di tutto ciò non può più nascondersi. La linea è tratteggiata. In realtà difficili come questa, puntare sui giovani e sul vivaio diventa imprescindibile, una scelta che può dare soddisfazioni e che con gli anni ti può permettere di svincolarti, una buona volta per tutte, dal deleterio circuito politico-amministrativo-elettorale. E’ vero: ciò è possibile con un minimo di strutture, che ad oggi non ci sono. Vogliamo allora pensare che il comunicato stampa diramato lunedì dalla società di Via Venezia in cui si sollecita l’amministrazione comunale, vada in questa direzione, anticipando i tempi al fine di evitare il solito teatrino estivo. Un’altra lezione che questa stagione ci insegna, infatti, è che la disaffezione di molti gelesi verso questo progetto sportivo in larga parte dipende da questo continua tira e molla. Ripetere la pantomima delle estati passate, non farà mai decollare il progetto. E allora che il sindaco si sbrighi, perchè Tuccio è stato chiaro: non resto a nessuna condizione. Bisogna trovare nuovi dirigenti.
Intanto c’è ancora una gara da disputare, sebbene tra due squadre già salve ed appagate. All’Arena Garibaldi, Pisa e Gela si affronteranno per 1 ora e mezzo per poi darsi appuntamento alla stagione 2011-12. Classica partita che serve a concedere un po’ di spazio, in premio a chi ne ha avuto poco senza creare fibrillazioni nel gruppo. Potrebbe essere, ad esempio, la volta buona di Maraglino in porta, di Crivello sulla fascia sinistra. Ci sarà in ogni caso un ampio turn over. Torna D’Anna dalla squalifica, mentre salterà l’incontro Bigazzi appiedato dal giudice sportivo per 1 turno

Autore: Filippo Guzzardi

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Finale di stagione agonistica ingloriosa per il marchio Eurogroup. Nell’arco di 3 giorni e con un secco 2-0 subito che non ammette repliche, il club presieduto da Urrico chiude amaramente la stagione.
Più che il salto di categoria agognato, questa doppia sfida in pochi giorni si è trasformata in un autentico salto nel vuoto. In casa Eurogroup non si aspettavano una resa così repentina. Si può recriminare sul contestuale impegno, con successo, dell’under 19 nell’interzona che non ha permesso al gruppo di allenarsi al meglio in settimana. Ma ciò può valere per Gara 1 al “PalaCossiga”, dove in effetti un ultimo quarto in cui il gruppo si è disunito ha determinato la sconfitta. Ma in gara 2, a Salerno, la vittoria del Laezza è stata schiacciante. Rimangono le ambizioni di Occhipinti e soci in Friuli, dove si presentano da campioni regionali di categoria nella fase finale nazionale di giugno

Autore: Filippo Guzzardi

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